Nuovo post per la categoria “Siamo una civilità al crepuscolo” nella quale raccolgo gli interventi che, in qualche modo, testimoniano come la nostra società italiana/occidentale abbia ormai intrapreso la via del declino.

Questa volta si parla di genitori e scuola, in particoli di genitori che non vogliono che i loro figli impersonino gli animali della fiaba “I musicanti di Brema” perché poco dignitoso. L’intervento di Susanna Tamaro a questo proposito mi sembra del tutto condivisibile.

L’Asino della Fiaba dei Grimm che scandalizza i Genitori
Perché non capiamo più il valore educativo della cultura
di Susanna Tamaro – Corriere della Sera del 12 aprile 2013

Chi non conosce la fiaba dei Musicanti di Brema dei fratelli Grimm? Quattro animali, un cane, un gatto, un gallo e un asino, cacciati dalle loro fattorie in quanto troppo vecchi, si incontrano e decidono di andare a Brema per diventare musicisti. Solo grazie alla loro astuzia e alla loro amicizia saranno in grado di superare molte traversie e a vivere, come in tutte le favole, «felici e contenti».
Una storia conosciuta da generazioni sull’importanza dell’amicizia e sulla possibilità di ricominciare sempre la propria vita. Quale miglior fiaba, hanno pensato alcune maestre di un asilo di Orvieto, per far lavorare i bambini su questi temi, al tempo stesso divertendoli con la partecipazione a una recita? Tutto è filato liscio fino a che non si è scoperto — o meglio alcuni genitori hanno scoperto — che tra gli animali della rappresentazione c’era, orrore! anche un somaro. Apriti cielo! Come poteva esser venuto in mente alle maestre di coinvolgere le loro intoccabili creature in una storia dai risvolti così umilianti? Giammai! Non permetterò che mio figlio faccia l’asino! E così, per salvare la recita, il somarello e gli altri animali sono stati interpretati dalle maestre, restituendo la serenità nel cuore turbato dei genitori.

Questo episodio, apparentemente marginale, è in realtà un emblema di questi tempi; dietro alla sua banalità, infatti, nasconde una serie di paradossi cui, purtroppo, sembra che tutti noi ci siamo ormai rassegnati. Come nelle gallerie di specchi dei luna park, ogni immagine rimanda a un’altra e a un’altra ancora, sempre più deforme della precedente.

Alla base di tutto, c’è purtroppo un’incredibile ignoranza. Ignoranza che, in un sistema educativo ormai degradato come il nostro, si è trasformata in arroganza. A parte il fatto che l’asino è un animale di grande intelligenza e ironia, oltre ad aver gloriosamente attraversato la storia sacra della nostra fede — la leggenda popolare, infatti, vuole che la croce tracciata sul loro dorso stia a ricordare l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, in groppa appunto a un asino, il giorno dell’osanna — quello che trovo intollerabile, nel nostro Paese, è questa assoluta incapacità di comprendere che non tutto può essere ridotto alla banalità del primo pensiero superficiale. Limitare il pensiero alle reazioni del bianco e del nero non è molto diverso dal vivere come certe creature unicellulari che, come unica manifestazione di vita, si allontanano e si avvicinano dalle fonti di luce: un comportamento etologico del tutto normale, dato che, in loro, manca il cammino evolutivo, oltre alle stratificazioni di migliaia di anni di cultura. Ma noi, per quale ragione abbiamo ridotto l’esistenza del nostro cuore e della nostra mente a questa primordiale ottusa unidirezionalità?

Le fiabe hanno sempre fatto parte del racconto dell’uomo e tutti gli esseri umani hanno sempre saputo che si tratta di metafore sulla nostra vita. La fiaba ci diverte, ci fa sognare, ma ci aiuta anche a capire qualcosa della nostra natura; qualcosa che, con i movimenti dell’unicellulare, non saremo mai capaci di comprendere. La vita è cammino, contraddizione, e lo è appunto in conseguenza della complessità del nostro essere umani, segnati dal libero arbitrio. Le esistenze di un cane, di un gatto, di un gallo o di un asino sono certamente più semplici, perché il loro agire è determinato dall’etologia della loro specie e vivono al di fuori della percezione del tempo. Noi, al contrario, siamo consapevoli di questo limite, ed è proprio questo limite che ci ha spinto, nei millenni, a interrogarci, a ricercare, a raccontare e a immaginare. In breve a creare cultura.

Nelle fiabe, il giusto, il coraggioso, il sapiente e l’intrepido, dopo aver superato molte tribolazioni, vengono sempre premiati da un destino di felicità. Non occorre essere dei veggenti per immaginare che i bambini ai quali è stato vietato di fare il somaro in una recita scolastica non saranno né intrepidi, né sapienti, né curiosi, ma soltanto dei pavidi nevrastenici, persone incapaci di diventare adulti responsabili, costruttori di una società civile. La perdita della sapienza educativa — che si protrae ormai da qualche decennio — è la causa prima del precipitare del nostro vivere comune nel gorgo oscuro della barbarie. La civiltà è ormai distrutta, sgretolata, ridotta ai minimi termini, prigioniera del diritto capriccioso del singolo che si erge a diritto universale e ha il potere di ricattare e modificare la vita quotidiana di tutti coloro, e sono tanti, che non condividono quella visione. Siamo ormai proni agli ottusi, agli ignoranti, agli onnipresenti insultatori. Sono loro, ormai da troppi anni, a tenere lo scettro del potere nel nostro Paese, distruggendo ogni istanza di positività e di costruzione e facendo apparire la cultura come qualcosa di superfluo, di superato, di inutile, se non di dannoso.

Posto che non ho mai avuto simpatie per le élite di intellettuali che per troppo tempo hanno monopolizzato la cultura del nostro Paese, ridicolizzando sistematicamente tutto ciò che non rientrava nella loro visione di parte, mi turba ugualmente l’orgoglio con cui alcuni aderenti al Movimento 5 Stelle hanno proclamato di non avere intellettuali al loro interno, come se la cultura fosse qualcosa di indegno e disprezzabile. Come sarebbe stato bello, invece, se, in questo nostro momento di smarrimento, di declino e di sconforto, qualcuno avesse detto: abbiamo bisogno di sapienti, di poeti, abbiamo bisogno di arte, di bellezza, di complessità, di intelligenza. Perché alla fine, dietro a questi tanti, troppi episodi apparentemente insignificanti, si nasconde un rischio davanti al quale non ci è più permesso di rimanere inermi spettatori. Il voler dividere la realtà in bianco e nero, l’immaginare una purezza a cui si appartiene «a priori» e che deve essere difesa con ogni mezzo, come le madri dei bambini dell’asilo, consegna la nostra società nelle mani dei fanatici dell’appiattimento, negli zelanti custodi del diritto individuale. E lo zelo di chi non conosce sfumature è estremamente pericoloso. Erano zelanti le guardie rosse di Mao, quando ridicolizzavano e trucidavano gli insegnanti, i calligrafi, i professori, i dottori.

Erano zelanti i ragazzi della gioventù hitleriana e i giovani stalinisti. Erano zelanti i sinistri delatori dell’Inquisizione. Tutte le civiltà, tutte le epoche, hanno prodotto la metastasi dello zelo. Ma la storia ci insegna che da queste metastasi non sono mai nate società prospere e giuste ma soltanto realtà concentrazionarie, illuminate dal sinistro bagliore dei roghi dei libri.

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