Il Nobel per la pace è stato assegnato l’anno scorso a Liu Xiabao scatenando la reazione della Cina che ha definito il premio “osceno”. A parte la curiosità per la scelta di un aggettivo davvero insolito ma tutto sommato significativo, il mio pensiero – come credo quello della maggior parte delle persone – è andato subito alla questione del rispetto dei diritti umani e a quanto era accaduto in Piazza Tienammen nel 1989.

Avevo seguito in diretta davanti alla televisione, con sofferenza e partecipazione, la speranza nata da quella protesta pacifica soffocata poi nel sangue dal regime comunista. A quel tempo avevo 18 anni ed ero iscritto ad Amensty International: scrivevo 3 lettere al mese per chiedere la liberazione dei prigionieri di opinione ed ero molto sensibile a tutto ciò che riguardava la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Una riflessione più distaccata, alcune esperienze pregresse con culture diverse, e la lettura di un articolo di Wired hanno però suscitato in me alcune domande e alcuni dubbi che vorrei – non senza qualche esitazione per paura di essere frainteso – condividere con voi.

Chiarisco subito che i Diritti Umani non vanno messi in discussione.

Tuttavia penso sia lecito chiedersi se la strada intrapresa dal Comitato del Premio Nobel sia la più efficace nell’accompagnare la Cina verso il traguardo delle libertà civili.

La Cina, così come il mondo arabo, ha una mentalità, un modo di ragionare diverso dal nostro. Mentre noi continuiamo a rapportarci con il resto del mondo come fossimo depositari di un sapere superiore ed evoluto, non capiamo che il resto del mondo parla un’altra lingua e non ci comprende.

Se l’Occidente insisterà a giudicare la Cina attraverso gli standard occidentali, se si aspetta che la Cina diventerà uno stato occidentalizzato, l’Occidente è sulla cattiva strada“, ha dichiarato nei mesi scorsi il vice ministro degli esteri cinese Fu Ying, interpretando un sentimento condiviso dal popolo cinese. Può essere ignorato il sentimento di un intero popolo?

Nel mondo degli affari si parla da qualche tempo di managing across culture e di intercultural management, cioè della capacità di comprendere e rapportarsi correttamente con le culture differenti dalla nostra. L’obiettivo è chiaramente quello di “fare affari” (e quindi soldi) evitando involontarie incomprensioni e rapportandosi in modo efficace con la controparte perché se ne comprendono principi e meccanismi. I tre comandamenti del managing across culture sono:

1. awarness you culture (consapevolezza della propria cultura, cioè conosci te stesso)
2. respect culture differences (rispetto delle differenze fra le varie culture)
3. reconcilie “solve” differencies (capacità di riconciliare e trovare un punto di incontro fra le differenze)

Mi domando se lo stesso approccio non lo si possa adottare anche per finalità di condivisione e convergenza di principi e valori. Probabilmente sì, però in questo caso ci si dovrebbe domandare se un rapporto scientificamente costruito sulla riconciliazione delle differenze, sia anche  genuino ed onesto o  solo interessato ed opportunistico. Ed ancora, si tratta forse di una subdola forma di relativismo?

Francamente risposte non ne ho. Tendenzialmente sono portato a pensare che l’epoca dei Lumi, fondante la nostra civiltà occidentale, ci porta naturalmente alla comprensione dell’altro. Bisogna semmai domandarsi se il resto del mondo è disponibile a fare altrettanto e – purtroppo – ho l’impressione che in questo momento non lo sia.

In quella fantastica metafora del mondo moderno che è Star Trek esiste una fondamentale norma chiamata Prima Direttiva, ispirata dal paragrafo 7 dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite. Essa vieta fermamente di interferire nello sviluppo naturale di una civiltà o negli affari interni di un governo di un altro pianeta finché essa non avrà raggiunto un livello di maturità tale da essere in grado di rapportarsi con mondi più avanzati. La Prima Direttiva implica anche il divieto di intromettersi in questi mondi qualunque cosa accada: ogni intervento viene considerato controproducente perché si ritiene che una civiltà debba crescere un poco alla volta, come un organismo, anche al costo di dolorose malattie (guerre, eccidi, epidemie, …) per poter raggiungere una maturità stabile. Insomma, per capire e crescere è necessario sbagliare e anche – ahimè – farsi male, proprio come nella crescita personale.

E se per la Cina, e tutti gli altri Paesi che ci ostiniamo a in-culturare, valesse lo stesso ragionamento?

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