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Lo scorso mese il Parlamento Islandese ha approvato una legge, nota come Icelandic Modern Media Iniziative, con la quale l’isola si impegna a garantite libertà di opinione, informazione e protezione delle fonti e degli informatori da cui provengono le notizie.

Naturalmente tutto il mondo di internet e del giornalismo ha salutato questa decisione come un cambiamento epocale: l’etica della piccola isola avrebbe salvato il mondo e assicurato protezione – ad esempio – a Julian Assange, di Wikileaks,  che proprio oggi ha reso pubblici altri 92mila documenti segreti del governo USA sulla guerra in Afghanistan (l’FBI e la CIA stanno ricercando Julian in tutto il mondo).

Islanda come esempio etico per tutto il mondo?  Sembra di sì, ma permettetemi di provare a dare una (cinica) lettura alternativa.

Forse è poco noto che l’Islanda è uno degli stati che ha risentito più di altri della recente crisi economica. Per anni i (pochi) abitanti dell’isola hanno vissuto sopra le loro possibilità sfruttando e strutturando scientificamente il sistema bancario in modo tale che traesse maggior profitto dai cosiddetti “derivati finanziari”.

A fine 2009 improvvisamente lo stato si è trovato senza più nulla, ma proprio nulla e vicino vicinissimo a dichiarare bancarotta. Insieme a lui nel baratro sarebbero caduti a catena altre nazioni (prima fra tutte la Gran Bretagna, estremamente esposta). La popolazione – da un giorno all’altro – ha scoperto di non possedere più alcunché e di vivere in un territorio che poteva offrire ormai solo un vulcano  – Eyjafjöll – capace di mettere in ginocchio l’economia degli stati che la speculazione finanziaria non aveva toccato.

Come rimettere ordine ad una situazione simile?

L’esperienza Irlandese aveva insegnato che utilizzando la leva della bassa fiscalità si potevano attrarre enormi capitali dall’estero. Ma ha anche dimostrato che si tratta di una strategia a breve termine i cui benefici vengono di fatto erosi da un indebitamento crescente e destabilizzante. E’ chiaro che l’Islanda – già fortemente indebitata – non poteva permettersi di incrementare il disavanzo.

Dichiarare guerra ad uno stato confinante (l’economia di guerra è quasi sempre vantaggiosa) era una strada non percorribile per evidenti motivi geografici e dimensionali.

Quale poteva essere una risorsa rara, una materia prima, il cui valore sarebbe sicuramente aumentato con il tempo? Una risorsa che avrebbe potuto anche creare un indotto e quindi ricchezza per gli autoctoni?

La risposta penso sia ormai evidente: l’informazione libera. Una risorsa sempre più rara ed un tema attuale che – sottotraccia – sta diventando sempre più importante e che può garantire al piccolo stato un futuro roseo:

  • l’informazione è valore, così come il dato libero, e quindi ricchezza a causa della sua scarsità (ovviamente questo vale per la buona e libera informazione);
  • le infrastrutture necessarie ad “erogare” l’informazione via internet possono dare lavoro a tante persone, già impegnate in passato nel cosiddetto “terziario” e quindi con un ‘background’ adatto;
  • insieme alle informazioni libere ci saranno anche molti “rifugiati” – come Julian Assange – e insieme a loro molti visitatori che sosterranno l’indotto turistico;

E così la stravagante proposta della deputata anarchica Birgitta Jonsdottir è diventata legge. Nata per affermare l’etica e per creare scompiglio morale l’Icelandic Modern Media Iniziative potrebbe diventare la spina dorsale dell’economia Islandese del futuro.

Geniale! 50 anni fa questa idea l’avrebbe avuta sicuramente un italiano. Ma oggi… il nostro Paese è invece impegnato a preparasi un bel bavaglio e a perdere l’ennesimo treno.

Fantapolitica?

Riferimenti

Per il dato libero

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