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Mi domando: ma è bello, gustoso, arricchente vivere in una società in cui tutto è relativo?

La questione legata alla sentenza della Corte europea in merito alla presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche italiane è decisamente spinosa e scomoda. Pubblico un interessante editoriale di padre Giorgio Butterini apparso su l’Adige di sabato scorso che a mio avviso propone una riflessione davvero interessante.

Non sempre mi trovo d’accordo con l’autore, specialmente con alcune sue prese di posizione “ad effetto”; questa volta però debbo dire che il vissuto vale molto più di tante parole che si sono sentite e lette in questi giorni.

Incapace di lasciarsi provocare dalla croce
di padre Giorgio Butterini (l’Adige 7 novembre 2009)

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha sollevato un grande dibattito, cui vorrei partecipare anch’io. Alcuni anni fa, quando nel Convento dei Cappuccini di Trento la mensa dei poveri di 35 posti è apparsa insufficiente (era il 2003) abbiamo restaurato alcuni locali sotto la Chiesa per dar vita a una nuova mensa più grande.

Riuscì una mensa molto bella. Un giorno vengo chiamato perché alcuni islamici chiedevano di parlarmi. Sono accorso e mi sono sentio dire: «Perché non c’è un crocifisso nella mensa?». Una distrazione e me ne sono vergognato. Ho provveduto subito. In realtà io non sentivo il bisogno di un Crocifisso: tutti quei poveri e immigrati erano «crocifissi viventi». Per me il Crocifisso è presente nella vita, nella sofferenza di troppi, nella sofferenza della natura e non sento il bisogno di un segno su una parete. Ma loro, addirittura degli islamici, me l’avevano chiesto e io li ho ascoltati.

Oggi la sentenza europea mi interroga di nuovo. Onestamente sono combattuto: non ho bisogno del Crocifisso di legno, ma non lo rifiuto se questo per qualcuno ha valore. Ho sempre pensato che se io allora avessi imposto il Crocifisso in mensa molti sarebbero insorti chiedendomi di toglierlo, ma non avendolo fatto loro stessi mi hanno chiesto di metterlo. È su questo aspetto il mio desiderio di intervenire.

Nella sentenza della Corte europea vi sono alcune parole: che mi infastidiscono: «Viola il diritto … potrebbe disturbare… il dovere di imparzialità e neutralità». Mi dico: cosa rimane se abbiamo paura di violare, di infastidire, di disturbare, quale società immaginiamo? Una società impoverita, piatta. Una società retta dai «no», senza mai proposta di progetti e idee. Quale società ne deriva se non una condannata a star male, a impoverirsi. Mi chiedo se non sia possibile pretendere che una signora, pur rispettandone le convinzioni, non possa tener conto delle convinzioni di un’altra signora che ha convinzioni opposte? Non è forse ora che cominciamo a confrontarci con rispetto reciproco su posizioni diverse e addirittura inconciliabili, imparando ad ascoltarci e ad arricchirci grazie a provocazioni anche se opposte al mio modo di sentire? Siamo capaci di accettare il simbolo e di andare ben oltre a quel poco o tanto che esso mi dice! Anche come provocazione storica, senza perdere quell’aspetto culturale significativo che magari a me da fastidio.

La mia personale identità religiosa passa certamente per la Croce, ma non quella appesa su una parete, ma quella che incontro giorno dopo giorno in me e in tante persone. Non è dimenticando e rinfacciandoci le crociate e l’inquisizione che ci guadagniamo, ma dalla capacità di riflettere su di esse e la croce può esserne la causa ed evitare invece nuove crociate oggi.

Giorgio Butterini
È cappuccino del convento di Trento, noto biblista, già direttore della biblioteca dell’Istituto trentino di cultura
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