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Uno dei motivi che spingono molte realtà private, ma soprattutto pubbliche, ad adottare strumenti software open source è la necessità di esercitare azioni di cost-saving.

La (quasi) maturità e la sostanziale sicurezza del software open source è ormai comunemente riconosciuta, come dimostra ad esempio la diffusione di Mozilla Firefox o di OpenOffice; questo aspetto contribuisce in modo determinante a convincere il management e gli amministratori pubblici a percorrere la strada del codice aperto.

Tuttavia l’aspetto economico rimane il più rilevante e – purtroppo – l’idea che open source significhi in qualche modo “gratis” si è con il tempo sedimentata nella testa di molte persone. Io stesso, riflettendo, non ho mai pensato di contribuire in qualche modo al sostegno di prodotti open source che pure utilizzo per la esigenze personali.

Ma è una idea corretta e sostenibile per l’ecosistema e la comunità open source?

Come avrete capito dalla domanda, in questo mio post non voglio parlare né affrontare l’annoso tema del TCO (Total Cost of Ownership) o dei costi nascosti che l’open source introduce.

No, vorrei invece parlare di quanto chi utilizza soluzioni open source aiuti in realtà il mondo open source e di quanto sia realmente intenzionato a farlo o abbia coscienza di volerlo fare.
Troppe volte si confonde il concetto di sostegno all’open source con il concetto di “diffusione della soluzione open source” e ci si dimentica dell’altra metà del cielo: la comunità degli sviluppatori e la filosofia che li motiva.

Non volendo essere troppo vago (qualcuno direbbe italiano) nei miei ragionamenti, formulerò una domanda diretta: il privato o la pubblica amministrazione che adotta una soluzione open source pensa mai a sposarne la filsofia e a supportare seriamente la comunità che ci sta dietro? Oppure il sostegno si limita a prendere il codice, ad utilizzarlo, pubblicizzare l’iniziativa e a comilare con un bellissimo ‘zero’ la  voce immobilizzazioni immateriali nel bilancio aziendale?

A mio avviso prevale la seconda opzione, purtroppo.

Certamente chi acquista RedHat o Suse in maniera indiretta contribuisce a supportare la comunità attraverso le fondazioni o i progetti collegati, come Fedora o JBoss. Ma questo vale per i prodotti di uso generale. Prodotti più specifici, validissimi,  e non inseriti nelle distribuzioni ufficiali, come magari LTSP (Linux terminal server project) o ThinStation (del quale ho avuto una positivissima esperienza di prima mano) come possono sopravvivere se non per l’entusiasmo  dei geek che sviluppano? E cosa succede quando l’entusiasmo o magari solo il tempo disponibile (bisogna pur mangiare) viene meno? C’è sempre qualcuno a cui passare un testimone?

Ma anche la Comunità ha una parte di responsabilità: mentre scrivevo questo post ho visitato qualche sito di prodotti open source e con una certa difficoltà sono riuscito a trovare la pagina relativa alle donazioni. Allo stesso modo osservo che negli incontri promossi o partecipati dai LUG – che sempre più fanno efficace azione di lobbying per favorire l’adozione dell’open source – non si parla quasi mai dell’opportunità di innescare un ciclo virtuoso di concreto sostegno alla Comunità: la priorità è la guerra santa ed ideologica al software commerciale.

Forse il mio ragionamento è completamente sbagliato e forse la Comunità è in grado di reggere ed essere competitiva senza donazioni. Ma se così non fosse? Il mancato innesco di un circolo virtuoso di sostenibilità potrebbe nei prossimi anni ripercuotersi sulle aziende e le pubbliche amministrazioni che hanno scelto l’open source senza crederci fino in fondo?

Aggiornamento 23.04.2010

Ecco un esempio di utilizzo OPen Source consapevole (http://punto-informatico.it/2864757/PI/News/casa-bianca-codice-aperto.aspx). La nostra pubblica amministrazione sa fare altrettanto?

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