Tempo di G8, tempo di Bono (U2) e di sir Bob Geldof. Ormai la contiguità, per non dire identità, fra politica, spettacolo e gossip è totale. E si ritorna a parlare di fame nel mondo…

I governi, soprattutto quello italiano, non hanno mantenuto le promesse dei precedenti G8 ma questo non ha impedito loro di annunciare altri 20 miliardi di dollari di aiuti contro la fame nei prossimi 3 anni. Ci rivedremo nel 2012.

Dambisa Moyo è una economista dello Zambia  con un significativo passato nella Banca Mondiale e in Goldman Sachs ed ha recentemente pubblicato un libro intitolato Dead Aid – Why Aid Is Not Working and How There is Another Way for Africa nel quale afferma che il modo con cui i governi occidentali stanno aiutando l’Africa non solo è sbagliato ma arreca nocumento alle popolazioni stesse che si propone di salavare.

“La nozione che gli aiuti – scrive la Moyo – possano alleviare in modo sistematico la povertà è un mito. Milioni di persone in Africa sono oggi più povere a causa degli aiuti. La miseria e la povertà non sono finite, ma sono aumentate”

La tesi sostenuta da Dambisa è sostanzialmente questa: i fiumi di denaro in arrivo dall’Occidente vengono per la maggior parte intercettati dai corrotti governi locali e in minima parte dalla popolazione. Una tale situazione induce gli stessi governi locali a non impegnarsi sulla strada dell’auto miglioramento perché – comunque – sanno di avere sempre il puntello dei soldi facili in arrivo da fuori con i quali potranno perpetrare una situazione di  cronica comodità. L’alternativa per l’autrice è il ricorso a canali di micro-finanza, un commercio più equo ed investimenti sul luogo.

Il libro, che sta avendo un certo successo commerciale, ha naturalmente acceso il dibattito: le organizzazioni umanitarie temono che  questa tesi possa fornire ai capi di stato una scusa per non impegnarsi, i capi di stato africani hanno colto l’occasione per affermare che i Paesi ricchi attraverso gli aiuti in realtà ricattano e dicono ai Paesi poveri cosa fare.
In mezzo a tutto questo la Cina che strategicamente intende impossessarsi delle ricchezze naturali dell’Africa e per questo concede prestiti senza condizioni facendo precipitare molti Paesi che avevano risanato la propria economia in una nuova fase di insolvenza.
Moyo è stata anche aspramente criticata da numerosi economisti, come ad esempio Jeffrey Sachs, che la hanno rimproverata di giocare con il fuoco e di causare – con la sua provocazione – la morte di milioni di persone.

Non ho letto il libro della Moyo però tutto questo mi ricorda che  nel 1864, un missionario italiano, Daniele Comboni, aveva capito che l’Africa non si poteva salvare regalando “a fondo perduto” provviste e denaro ma, in un certo senso, andava educata ed aiutata a crescere in un’ottica di auto-sostentamento.

Il suo motto era: “Salvare l’Africa con l’Africa“.

Questo significava che occorreva insegnare alle persone a coltivare e cucinare il cibo, piuttosto che portare il cibo già cotto; a costruire le case, piuttosto che costruire loro delle case; a guadagnare il denaro, piuttosto che a riceverlo gratuitamente. Insomma era necessario avviare un circolo virtuoso attraverso il quale gli africani potessero aiutarsi da soli.

Beh, penso che il motto di Daniele Comboni sia più che mai attuale oggi e probabilmente la Moyo se la vuole prendere proprio con i finanziamenti a pioggia dietro i quali non c’è un progetto di salvezza dell’Africa sul lungo termine.

Ma l’Africa ci deve mettere anche del suo. E la storia dimostra che ce la può fare. La scelta di Barack Obama di visitare l’Africa subito dopo il G8/15/20 ed il Paese che ha scelto sono indicativi: si recherà in Ghana, Paese che ha dimostrato con una serie di elezioni politiche di successo e con un trasferimento di poteri pacifico che esiste una correlazione fra prosperità e buon governo.

Al contrario il Kenia, suo Paese di origine, è un pessimo esempio e Obama lo dice esplicitamente: “Il Kenia e la Corea del Sud negli anni ’60 quando mio padre venne in America avevano lo stesso PIL, anzi quello del Kenia era superiore. Che cosa è successo in questi 50 anni? In Corea si sono combinati gli investimenti stranieri con l’integrazione nell’economia globale, con un senso strategico dei settori da promuovere per l’export, l’istruzione e la tecnologia. In Kenia, anzi in Africa no. E’ ora che questo cambi.”

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