E’ di questi giorni la notizia che in Europa – e soprattutto in Francia – accade sempre più spesso che i  manager delle aziende costrette a licenziare vengano presi in ostaggio per qualche giorno dai lavoratori stessi e dai sindacalisti che li rappresentano. Essi, ai loro occhi, non solo non sono riusciti a prevedere la crisi, ma ne sono anche gli artefici.

L’editoriale di oggi di Massimo Gramellini su La Stampa cerca di analizzare questo fenomeno ed è interessante perché evidenzia un’importante differenza sociologica (se non antropologica) fra gli Stati Uniti ed Europa per cui solo nel primo Paese la comune esigenza di uno strumento di catarsi collettiva – un nuovo e moderno Colosseo dove le persone che subiscono nel quotidiano la crisi possano trovare l’appagamento di un rito che provveda “a fare giustizia!” – viene rapidamente soddisfatta. In Europa ciò non accade; in Italia a causa dei cronici tempi lunghi della Giustizia (Parmalat e Cirio insegnano) men che meno. Ed allora le persone trovano mezzi più rapidi ed immediati per sfogare il loro istinto di vendetta attribuendo la colpa ai direttori dei propri stabilimenti o agli amministratori delegati della propria società.

Tuttavia l’articolo – a mio avviso – tende a confondere due ruoli che andrebbero tenuti distinti come distinte sono le responsabilità.

Le responsabilità di Fred Goodwin, ex CEO di Royal bank of Scotland sono certamente gravi e reali perché egli ha una chiara responsabilità diretta nella disastrosa gestione della sua banca e nella diffusione dei cosiddetti “titoli tossici”. Così come è chiara la responsabilità di Madoff il famigerato finanziere statunitense o dei manager di AIG.

Ma quale responsabilità ha Luc Rousselet, direttore della filiale parigina di 3M? E che responsabilità hanno i manager operativi, i direttori degli stabilimenti? Essi sicuramente “sanno costruire il bottone” e non sono degli alchimisti della finanza. Semplicemente, purtroppo, il bottone che loro sanno costruire non lo vuole comperare più nessuno.

Essi – in definitiva – si trovano in una posizione difficilissima perché non possono comportarsi diversamente; in un certo senso subiscono la crisi come coloro che sono costretti a licenziare, ma hanno la sventura di mettere il proprio viso in quello che fanno dando così una immagine a quello che altrimenti sarebbe un “nemico senza faccia”.
In assenza di una gogna pubblica che punisca i veri colpevoli, essi non possono che essere considerati come i colpevoli.

I nuovi capri espiatori
di Massimo Gramellini (da La Stampa 26 marzo 2009)

Il primo effetto della crisi sull’umore e sull’ordine pubblico è che l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dai politici ai manager, dalla Casta alla Borsa, dalle monetine contro i segretari di partito ai sassi contro il capufficio francese della Sony. Ieri, sempre in Francia, il direttore di una multinazionale è stato sequestrato nel suo ufficio dai sindacalisti degli operai licenziati. E in Gran Bretagna un gruppo di vandali ha devastato la casa dell’amministratore delegato che aveva messo sul lastrico la Royal Bank of Scotland e i suoi correntisti. Il nome di battaglia scelto dagli incursori è già tutto un programma: «Bank bosses are criminals», i banchieri sono criminali.

L’immagine degli «uomini del fare» era passata indenne attraverso gli scandali degli Anni Novanta, che l’opinione pubblica aveva addebitato ovunque ai politici: a chi le bustarelle le prendeva, più che a chi le dava. Ma il crollo di Wall Street ha ribaltato i ruoli, con la politica che cerca, o almeno fa finta, di contrapporsi all’avidità dei finanzieri senza scrupoli. Il risultato è che i bersagli da odiare non sono più i burocrati di partito, e neppure gli imprenditori di beni e servizi concreti. Sono gli alchimisti del denaro, incapaci di costruire un bottone.

Ecosì staccati dalla realtà circostante che in piena recessione utilizzano i fondi di salvataggio dello Stato per continuare ad auto-assegnarsi prebende da favola.

La svolta ha un nome e un cognome: Barack Obama. È lui, primo politico dopo decenni a essere trattato come una rockstar, che addita alla platea mondiale i nuovi capri espiatori. Lo speculatore Madoff ne incarna l’esemplare perfetto. Non ha fatto i soldi con le cose ma con i soldi, per lo più millantati. Deve la sua fortuna a scatole illusorie, a gigantesche cambiali elettroniche. Ma qui scatta la differenza fra le due sponde dell’oceano. Negli Usa la giustizia si mette subito in azione e con una condanna esemplare offre lo scalpo di Madoff alla furia dei truffati. L’imputato, a sua volta, chiede scusa alle vittime, completando un copione di pentimento e redenzione tipicamente americano.

Invece in Europa la scena è molto più confusa, le dimissioni rare, i processi lenti, le condanne impalpabili. E la rabbia, non incanalata nei riti della gogna collettiva, tende a crescere, fino a sfociare in atti inaccettabili di sopraffazione. La deriva è appena cominciata. Perciò va segnalata subito: non per aizzare i bassi istinti, ma per riportarli nell’alveo della ragione. Questo compito, nei sistemi civili, spetta alla politica e alla giustizia. È sempre il loro sonno che genera i mostri della violenza. In tempi di crisi, più che mai.

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