Forse non tutti ricordano che…

…la legge che garantisce la cosiddetta “par condicio” per l’accesso e la visibilità dei partiti politici sui media in periodo elettorale è nata perché nel corso della prima campagna elettorale del 1994  Forza Italia ed il suo fondatore Silvio Berlusconi hanno letteralmente e sgradevolmente invaso ed occupato ogni minimo spazio sulle reti televisive – soprattutto private – attraverso spazi pubblicitari, trasmissioni simil-giornalistiche (Giorgio Medail), telegiornali e sondaggi trionfali. Una lotta impari con la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto che si è trovata del tutto impreparata al nuovo modo di combattere la battaglia elettorale ed impossibilitata – per manifesta disparità economica – ad acquistare un ugual numero di spazi pubblicitari.

La cosa si ripetè, in modo leggermente attenuato, con la compagna elettorale del 1996 che il nostro Pifferaio Magico perse; il Parlamento nel corso della legislatura (anno 2000) approvò la legge che  avrebbe dovuto garantire la medesima visibilità ad ogni forza politica che si fosse presentata alle elezioni.

Silvio Berlusconi bollò immediatamente la legge come antidemocratica perché – a suo dire – non era democratico offrire i medesimi spazi ad un partito con il 40% e ad uno con l’1%. Come il nostro eroe sapesse – prima delle elezioni – il risultato delle stesse, rimane un mistero.

Oggi, 10 anni dopo, ritengo quella legge ancora necessaria: il vulnus del conflitto di interessi (e direi di poteri) non è ancora stato risolto.

Purtroppo, siccome non c’è mai limite al ridicolo e alla superficialità, la RAI ha deciso – in periodo elettorale – di sospendere ogni talk show politico; il tutto in ottemperanza alla legge, ovviamente. Questa discutibile scelta mi induce due riflessioni:

  1. i giornalisti che in RAI si occupano di politica non hanno evidentemente la capacità di essere onestamente indipendenti e obiettivi. Una resa incondizionata e un’ammissione di colpa pesantemente squalificante per la televisione di stato;
  2. la regola vale solo per la RAI, sulle reti private sarà invece possibile continuare con i talk-show e – perché no – inventarne di nuovi (magari si potrebbero richiamare in servizio Giorgio Medail o Piero Vigorelli);

A pensar male si commette peccato ma spesso si indovina, diceva una serpe della Prima Repubblica. Domandiamoci chi trarrà i veri vantaggi da questa situazione. Uso il plurale perché ho l’impressione che i vantaggi saranno almeno due: uno elettorale ed uno di audience (e di raccolta pubblicitaria).

A voi la risposta.

Il partito dell’amore?

Mi ero ripromesso di non parlare di questa storiaccia ed ho morso il freno per qualche settimana.

Francamente sono anche molto ammirato di come il Pifferaio Magico sia riuscito – ancora una volta – a trasformare un evento potenzialmente disastroso in una vittoria politica. Nessuno ricorda o parla più della politica populista da piccolo cabotaggio del Governo, del conflitto di interessi, degli scandali sessuali e dell’antagonismo con Fini. Gli avversari hanno ormai per tutti (compresi loro stessi) l’etichetta di “untori dell’Odio” dalla quale tentano di affrancarsi cercando un nuovo – ennesimo – accordo con il signor B.

Se qualche settimana or sono un segretario politico avesse parlare di “Partito dell’amore” sarebbe stato sommerso dal sarcasmo e dalle risate. I meno giovani avrebbero sicuramente ricordato l’evanescente “Partito dell’amore” fondato da Cicciolina e Schicchi alla fine degli anni ’80. I più giovani la promessa di “felicità per tutti” che Romano Prodi fece quando concluse la sua ultima campagna elettorale.

Quando poi è uno dei responsabili dell’imbarbarimento della dialettica politica (non dimentichiamoci che è l’inventore della politica delle urla e del dileggio contro gli occasionali nemici) ad auto-nominarsi Presidente del Partito dell’Amore introducendo una categoria sentimentale ed emotiva in un contesto che dovrebbe rimanere razionale e suscitando l’ammirazione di tutti – anche degli avversari – non posso che togliermi il cappello e complimentarmi.

L’uomo viene dalla pubblicità e ci sa davvero fare, è incontestabile.

Però a tutto c’è un limite e in questo caso – a mio avviso – si è passato sia il limite della decenza che quello dell’intelligenza.

(continua…)

Published in: on 9 gennaio 2010 at 00:22  Commenti (2)  
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Do ut des

La candidatura di Massimo D’Alema a “Mr. PESC” (acronimo per “Politica estera e di sicurezza comune”), cioè a  ministro degli esteri dell’Unione Europea mi lascia molto perplesso.

La figura di Mr. PESC è stata introdotta nel 1999 ed affidata da subito a Javier Solana, fino ad allora Segretario generale della NATO, con l’ambizione di far parlare l’Europa con una sola voce. Ovviamente gli Stati-nazione non lo hanno permesso. Si sa che un ruolo di per se non significa nulla: è la persona che lo riveste ad interpretarlo e a dargli o imporre sostanza. Solana ha interpretato il ruolo in modo apparentemente molto scialbo.

Come potrebbe Massimo D’Alema restituire vigore ad una carica così sgonfia, riportandola all’idea originale? Quali meriti e prestigio internazionale ha accumulato negli anni della sua carriera politica? Forse il breve periodo da Ministro degli affari esteri del II governo Prodi? Oppure la militanza nell’Internazionale Socialista?

Personalmente ricordo lo scaltro (in senso politicamente positivo) D’Alema concentrato sugli affari di casa, più che sugli affari esteri.

L’idea che mi sono fatto, quindi, è molto semplice: prestigio ed esperienza contano poco;  se D’Alema ottenesse l’incarico di Mr. PESC tutti – in Italia – ne trarrebbero un qualche vantaggio, per questo c’è una così potente convergenza sul suo nome. Infatti:

(continua…)

Published in: on 12 novembre 2009 at 01:08  Commenti (3)  
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«Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri»

Avrete riconosciuto nel titolo la citazione da La fattaria degli animali di George Orwell.

Non credo che l’autore pensasse all’Italia quando ha scritto il libro, tuttavia oggi l’Italia ha superato la fantasia nel corso dell’udienza della Consulta volta a decidere  in merito alla legittimità del  Lodo Alfano.

Cito testualmente dall’arringa della difesa di Silvio Berlusconi: «La legge è uguale per tutti ma non sempre lo è la sua applicazione. [...] il presidente del Consiglio [...] non è più ‘primus inter pares’, ma deve essere considerato ‘primus super pares’».

Non sembra di sentire l’enunciato di Napoleon che cancella gli ideali di uguaglianza e fraternità nel romanzo di Orwell?

E’ ancora una volta l’avvocato Ghedini a distinguersi per la sfrontatezza. Insieme a lui l’avvocato Pecorella che rincara la dose affermando: «con la legislazione di oggi sulle elezioni delle cariche politiche, la posizione del presidente del Consiglio si è venuta staccando da quella che era stata disegnata dalle tradizioni liberali».

Personalmente ritengo che in un Paese normale l’immunità per il Presidente del Consiglio potrebbe essere una scelta corretta, purché sia prevista una procedura di impeachment. Ma le motivazioni addotte dagli avvocati e parlamentari dell’Imperatore sono inacettabiliperchè distruttive delle fondamenta stesse della democrazia.

L’affermazione di Pecorella, poi, svela la volontà di muovere il Paese nella direzione della democrazia muscolare (quella di Putin, per intenderci) a scapito della democrazia liberale. Un po’ strano per una maggioranza di destra che si dice liberale, liberista, libertaria, ecc.

C’è da preoccuparsi?

AGGIORNAMENTO

Vedo che non sono l’unico a pensarla così ( http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article6863882.ece )

Published in: on 6 ottobre 2009 at 15:18  Commenti (2)  
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C’è una guerra culturale in corso

Fino alla scorsa settimana pensavo che quelle della Lega Nord fossero uscite estemporanee, di grande effetto, ma senza alcuna sostanza. Un modo per ‘tenere caldo’ il proprio bacino elettorale.

Oggi sono un po’ più preoccupato perché ho letto la rubrica di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 14 settembre 2009.

In essa si evidenzia come nessuno si sia accorto che il Pifferaio Magico ha fortemente raccomandato la lettura di un libro della storica Angela Pellicciari intitolato “Risorgimento da riscrivere”  per «correggere ciò che è stato scritto erroneamente sulla nostra storia».

A questo punto è evidente che c’è una guerra culturale in corso sviluppata su un piano di lungo periodo.

Una guerra nella quale la normalizzazione e l’istupidimento a forza di culi, tette e tronisti che la mia generazione ha subito negli ultimi 25 anni era solo un fronte , che chiamerò ‘strategia 1′. Oggi si è aperto un altro fronte del quale manco mi sarei accorto se non fosse stato per Battista. Il nuovo fronte, che chiamerò ‘strategia 2′,  va alla sostanza di quello che rimane dell’identità di nazione.

La ‘strategia 1′ è ormai compiuta ed ha raggiunto il suo obiettivo, è abbastanza evidente: il rigore morale, l’educazione ed il rispetto democratico di chi è sopravvissuto alla II guerra mondiale è ormai un lontano ricordo.

La ‘strategia 2′, iniziata da qualche anno, sta raccogliendo un certo successo grazie alla ‘strategia 1′, ma non riesco ancora a capirne l’obiettivo a lungo termine mentre è chiarissimo l’obiettivo a breve termine: la sopravvivenza politica del nostro.

E’ ironico però pensare che sia un governo di centro destra (liberale?) ad effettuare il più grosso attacco e la più sostanziale demolizione dell’identità di nazione proprio mentre ci si prepara a festeggiare i 150 anni dalla sua nascita.

AGGIORNAMENTO (17.09.2009@22:43)

Sul Corriere della Sera di ieri Sergio Romano rispondeva ad un lettore che esprimeva preoccupazioni simili alle mie. La risposta dell’ambasciatore mi sembra tranquilizzante: si tratta di tattica e non di strategia (almeno per ciò che riguarda la ‘strategia 2′). Ecco la risposta:

Non ho ancora letto il li bro di Angela Pelliccia ri, pubblicato dalle edi­zioni Ares, ma le tesi che desumo dalla sua lettera non mi sorprendono. Sono quelle di una vulgata cattolica anti-risorgimentale che è tornata di moda negli scorsi anni ed è stata ben descritta da Pierluigi Battista sul Corriere del 14 settembre. E non mi sorprende neppure, per la verità, che queste tesi vengano oggi raccolte e rilanciate dal presidente del Consiglio. Le segnalo che Berlusconi è stato ancora più «revisionista » quando, rispondendo alla domanda di un giovane sui rapporti italo-libici, ha spiegato i risentimenti della Libia per l’epoca italiana con gli stessi argomenti di cui si serve abitualmente il colonnello Gheddafi e ha parlato, ad esempio, di centinaia di migliaia di morti provocati dal nostro regime coloniale.

Credo che queste dichiarazioni siano dovute al fatto che il presidente del Consiglio non ha in materia di storia nazionale e politica estera italiana (due temi strettamente col legati) convinzioni nette e principi ideali. Mi sembra che le sue scelte internazionali, negli anni in cui è stato al governo, siano dettate soprattutto dalla convenienza tattica e dall’utilità economica. Ha puntato sul rapporto speciale con gli Stati Uniti perché gli incontri con Bush alla Casa Bianca o nel ranch del Texas davano lu­stro alla sua immagine e compensavano largamente la diffidenza della sinistra europea nei suoi confronti. Ha scelto di stare dalla parte di Israele perché l’amicizia del governo di Gerusalemme costringeva le comunità ebraiche a disso­ciarsi dal fronte anti-berlusconiano della sinistra europea.

Ha coltivato il rapporto speciale con Vladimir Putin per ché vedeva nella Russia, con ragione, uno straordinario partner economico. Ha ricercato l’accordo con la Libia per le stesse ragioni. Ed è stato tiepidamente europeo perché il proscenio dell’Ue è occupato dai tre «grandi» (Francia, Germania, Gran Bretagna) e le foto di gruppo, con cui si conclu­dono abitualmente i vertici dell’Unione, non soddisfano il concetto che ha di se stesso. Quanto al suo elogio del libro di Angela Pellicciari non credo, caro Teodori, che rifletta il suo concetto della storia d’Italia. Mi sembra semplicemente un omaggio alla Chiesa di Roma, quasi una sorta di penitenza per chiudere rapidamente il caso Boffo.

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Published in: on 16 settembre 2009 at 23:21  Commenti (2)  
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Capacità di discernimento

Ancora una volta Barbara Spinelli dimostra una profondità di analisi non comune. Da leggere e da far leggere.

Le dicerie contro la verità
di Barbara Spinelli (La Stampa 6 settembre 2009) [link]

Una guerra mentale è in corso in Italia, condotta dall’esecutivo per tacitare, intimidendola, il controllo esercitato dalla stampa e per neutralizzare ogni sorta di contropotere. Nei confronti della stampa assistiamo a vere rese dei conti, e per capire quanto sta accadendo è più che mai urgente distinguere tra due attività: la diffusione di dicerie, e l’accertamento dei fatti. La guerra non ha come soli protagonisti l’élite politica e giornalistica: ogni cittadino – se vuol restar cittadino – è chiamato a distinguere l’opinione dal fatto, la calunnia dal disvelamento di reati. L’offensiva di Berlusconi contro la stampa libera è predisposta per accentrare ancor più il potere esecutivo ma è al contempo guerra mentale, per conquistare il cervello degli italiani e creare in essi uno stato confusionale diffuso.

All’origine del dispositivo bellico c’è una sensazione di debolezza acuta: l’esecutivo ha l’impressione di non poter fare politica senza un’opinione pubblica che non solo approvi i suoi programmi ma esalti il capo considerandolo legibus solutus, non soggetto alla legge.

Manuel Castells, studioso dell’informazione, si sofferma sui metodi delle guerre mentali nei media. Il termine fu coniato a proposito del conflitto in Vietnam da Paul Vallely, analista di Fox News: «Se perdemmo la guerra – così Vallely – non è perché fummo sconfitti sul campo ma per la guerra psicologica dei media», e perché il potere non seppe contrapporre una sua «guerra mentale» (Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi 2009).

È simile la guerra mentale di Berlusconi, e simili sono gli strumenti, da lui maneggiati con perizia e risorse sovrabbondanti prima ancora di entrare in politica: sin dall’inizio la sua battaglia fu di trasformare i mezzi televisivi d’informazione in mezzi di distrazione, infotainment, gossip. «Per questo è così importante – prosegue Castells – che i magnati dei media non diventino leader politici, come nel caso di Berlusconi». Per questo è legittima la domanda del direttore di Famiglia Cristiana, don Sciortino: «Quello che accade non riguarda solo il giornalismo. Quando in un Paese è in discussione la funzione del giornalismo, la sua libertà di esprimersi, di criticare o di commentare le azioni di un potere che non è solo potere di governo, ma pervasivo controllo del sistema mediatico, possiamo parlare di vera democrazia?».

La guerra mentale ha fini e mezzi specifici. Il fine è il pensiero dell’uomo della strada («questa creatura mitologica che ha rimpiazzato la cittadinanza nel mondo mediatico», scrive Castells). Il mezzo è la confusione dei concetti, il caos nell’uso delle parole. Si parla molto, in questi giorni, di killeraggio o imbarbarimento generale: concetti perversi oltre che diseducativi, perché escogitati per rendere appunto confondibili, in un magma indistinto, i due comportamenti radicalmente diversi che sono la diceria e l’accertamento dei fatti. Tutti sarebbero killer: il giornalista che interroga criticamente il Premier (rapporti di suoi collaboratori con la mafia, corruzione di testimoni e magistrati, coinvolgimento in giri di prostituzione) e quello che costringe alle dimissioni il direttore dell’Avvenire Dino Boffo, usando veline anonime. Proviamo dunque a distinguere quel che viene confuso.

Una cosa è la diceria. Nella Russia di Putin si chiama kompromat, materiale che compromette e può anche spedirti in Siberia. È la calunnia che insinua fabbricando prove, e mira a distruggere il carattere dell’avversario politico (character assassination, in inglese). In genere la diceria ha come obiettivo la vita privata del politico, non il suo programma o la cura che egli ha della repubblica e dei suoi vincoli.

Altra cosa è l’indagine sui comportamenti dei politici (comprese le massime cariche dello Stato) e sulla verità dei fatti. L’oggetto della ricerca sono condotte che hanno rilevanza pubblica. Da questi comportamenti può derivare un carattere personale più o meno ostico, ma il bersaglio non è il carattere.

Ambedue i procedimenti, è vero, si propongono di indebolire chi è preso di mira, di delegittimare il leader. Sono ambedue guerre mentali, volendo persuadere chi l’uomo della strada, chi il cittadino, ma il funzionamento della democrazia è influenzato in modi ben diversi dai due operati.

La democrazia accetta il conflitto, esige e stimola la ricerca del vero, anche se il vero è scomodo per il potente. E l’accetta continuativamente, non solo il giorno del voto, perché democrazia non è Unzione dell’Eletto ma un arcipelago di poteri che si frenano l’un l’altro affinché nessuno commetta abusi. Questo gioco di equilibri è garantito dalle costituzioni e da poteri autonomi, tra cui campeggiano la stampa e la televisione. È in tale ambito che la differenza fra accertamento dei fatti e calunnia diventa cruciale. La verità sul comportamento del politico è il fine di chi esercita un contropotere, e l’effetto che si vuol ottenere è la correttezza e l’autolimitazione del potere. Non vuol distruggere, ma correggere. Può darsi che la verità si riveli falsa. È per questo che il cercatore del vero raduna prove, fatti, sentenze di tribunale.

La diceria vuole non salvaguardare ma abolire l’equilibrio dei poteri: personalizzando-privatizzando la politica, accentrando tutti i poteri. La sua guerra mentale è distruttiva: nella testa degli elettori, dei telespettatori, dei lettori, va lacerato tutto quel che li lega alle norme costituzionali, alla politica, allo Stato, alle istituzioni, ai giornali, alla chiesa stessa. È uno strumento antico, è l’anti-Stato teorizzato nelle stagioni terroriste. Fruga, non cerca. La diceria ha un rapporto singolare con la verità, non più fine ma mezzo di scambio utile a sganciare il principe dalle leggi: se tu dici una verità amara su di me, io ne dirò una peggiore su di te. Da tempi immemorabili la calunnia viene usata in tempi di torbidi, non quando lo Stato è forte ma quando vacilla (Rivoluzione francese, uscita dal Terrore nel Termidoro).

Se tutto è diffamazione privata, anche la ricerca della verità pubblica scade al rango di diceria, di assassinio di carattere. Perfino chi condanna l’attacco al direttore dell’Avvenire, perfino chi chiede più prudenza alla Chiesa (un direttore gay è ricattabile se dirige il quotidiano della Cei, scrive Vittorio Messori sul Corriere della Sera), dimentica che la parola chiave nella questione Boffo non è l’omosessualità, ma le minacce a un privato cittadino: un decreto penale di condanna, nel 2004, lo giudicò colpevole di molestie telefoniche, nei confronti di una giovane donna, durate 6 mesi. L’omosessualità non c’entra niente: quel che conta è un comportamento (l’intimidazione) di rilevanza pubblica. Patteggiamenti o risarcimenti aboliscono la pena, non il fatto.

La cosa più grave per i giornalisti sarebbe reagire all’offensiva contro alcuni giornali e reti televisive dividendosi. Accusandosi l’un l’altro di temerarietà o codardia, a seconda. Sostiene Berlusconi che alle dieci domande risponderebbe, se fossero altri giornali a porle. Dicendo questo, egli ammette che domandare è lecito e che rispondere è doveroso. Motivo di più perché tutti continuino a porre domande al premier.

Ricordiamo quel che accadrebbe in Francia e Germania, in simili circostanze. In entrambi i paesi è ben raro che i giornalisti si aggrediscano l’un l’altro (tranne in presenza di reati). Ma se una o più testate sono attaccate per la determinazione con cui indagano sui potenti, tutta la professione fa quadrato. È come se valesse, non scritta, una legge simile all’articolo 5 del Patto Atlantico: «Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse… sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti». Fare lo stesso in Italia aiuterebbe a preservare l’arcipelago di poteri di cui è fatta la democrazia.

La cifra dell’uomo

In tutta questa storiaccia delle allegre serate di Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa mi ha colpito soprattutto un aspetto al quale mi sembra non sia stata data la dovuta attenzione.

Non si tratta del mini-concertino con l’immancabile Apicella e con il nostro nelle vesti di cantante.
Non si tratta delle solite barzellette raccontate dal nostro.
Non si tratta della discoteca dove il nostro poteva osservare e… scegliere.

No, è un’altra cosa.

Sembra che il programma della serata prevedesse  SEMPRE la proiezione di un  (lungo) filmato monotematico:  ”Successi ed imprese eroiche di Silvio Berlusconi“. Minuti e minuti di immagini ed interviste sulle eccezionali capacità e sull’operato straordinario del nostro Imperatore.
Immagino che gli ospiti – costretti alla visione – non potessero astenersi dall’applaudire o che almeno il nostro questo si aspettasse.

Questo fatto – a mio avviso – dà la cifra vera dell’uomo Silvio Berlusconi.

La notizia, battuta ieri dall’agenzia Reuters Italia, secondo la quale l’Imperatore afferma di essere “di gran lunga il migliore presidente del consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei 150 anni della sua storia” paragonandosi addirittura a De Gasperi ne è l’ulteriore conferma.

Certo, il narcisismo del personaggio era noto, e del resto per fare l’Imperatore il narcisismo è forse ‘dote’ necessaria; tuttavia… mi sembra che ormai emerga una componente patologica che rasenta il delirio di onnipotenza.
Sarebbe molto interessante ascoltare l’opinione di uno psicologo o di un terapeuta in proposito, anche per capire che cosa dovremmo aspettarci in futuro.

Un vecchio adagio recitava: “Chi si loda s’imbroda“. C’è qualcuno disponibile a ricordarlo al nostro Imperatore?

Published in: on 11 settembre 2009 at 09:19  Lascia un commento  
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